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Editoriale

La Via Crucis bianca di Lucio Fontana

All’interno di sagome ottagonali il bianco della ceramica invetriata lascia emergere rari segni, quasi graffi che incidono sommariamente lo spazio in cui Fontana cala con trattenuta drammaticità le immagini della Passione di Cristo. Ed osservando le quattordici stazioni di questa Via Crucis, la riflessione si sposta necessariamente anche su altre opere di Lucio Fontana, sempre esposte al Museo Diocesano: dai bozzetti preparatori per la quinta porta del Duomo, alla predella dell’Assunta. Ma vi ritroviamo anche il senso dei Concetti spaziali. Attese a partire dal 1958, considerati come risolutivi delle questioni che questa Via Crucis pone.
Come nella predella dell’Assunta, anche qui, Fontana sembra fortemente interessato al rapporto fra due opposte forze, una attrattiva ed una repulsiva, con esiti scultorei calibrati sul crinale di raffigurazioni a un tempo trattenute da quello stesso spazio, da cui paiono scivolare fuori,  come risucchiate dallo spazio reale. E in questa commistione fra spazio virtuale e spazio reale è lecito raccogliere gli ultimi spasmi della stagione barocca di Fontana e l’indebolirsi di ogni esperienza figurativa/narrativa in un presagio, nulla di più di un presagio, di valori concettuali totalizzanti che, negando lo sviluppo di forme e di vibrazioni sonore, tendono alla conquista del silenzio e dello spazio assoluti, al di là della stessa dimensione fisica della scultura.

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